Claudia Formiconi

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Stagioni

Stagioni

Poesie (13)

Prefazione

Stagioni è il titolo della terza raccolta di poesie di Claudia Formiconi. È una naturale prosecuzione della ricerca poetica dell’autrice che questa volta abbandona i luoghi universali della femminilità, dell’erotismo, della passione sospesi nel tempo e nello spazio. Li abbandona in volo ponderato e si guarda intorno, come un nibbio plana leggera nelle stanze del tempo dove sono custoditi i gioielli del vissuto. Vola sullo scorrere del tempo, sulle stagioni dell’esistenza, sulle tappe della sua vita, pur senza abbandonare la passione di poetessa/donna/femmina, rivolge lo sguardo a quello che accade nel quotidiano sociale osservandolo attraverso i filtri del sentire poetico capaci di coglierne i mutamenti e trasformarli in versi incisivi, appuntiti come stuzzicadenti, penetranti come le note di una musica bella, capaci di tradurre in emozioni la lettura come fosse un concerto per pianoforte.

 

Sfiorami / con luccicanti tasti d’avorio / e il nero d’ebano / nel segreto delle mie stanze armoniche, / come in un concerto per piano di Rachmaninov.

 

Stagioni, come detto, è la terza puntata della ricerca poetica della poetessa cantrice delle molteplici forme della passione ed è come un gioiello, il terzo filo di perle. Perle strappate dalle profondità dell’io/poeta. Una  collana di gran pregio indossata con la naturale  e discreta eleganza propria di chi ama la Bellezza per vocazione.

Già, perché i poeti sono

ombre / gentili / nella notte.

 

E, ancora, i grandi come Omero e Virgilio sono la guida di chi fa della Bellezza un punto d’arrivo nell’eterna immensità.

 

Il poeta è immortale, / non ha meta, / egli percorre i più belli / dei campi Elisi. / [...] / silenzioso è / il suo passo, / e roboante il verso / urla l’eterno.

 

Sebbene la ricerca tocchi anche i crudi temi di cronaca, Claudia lo fa con la solita leggerezza: brevi componimenti, come sua abitudine, ma immensamente intensi. In questa raccolta la solita brevità è ancora più breve senza mai perdere l’efficacia delle illuminazioni potenti.

 

L’olfattiva luce / mi riempie gli occhi, / è accaduto / respirando le stelle.

 

Spesso i versi sono rinchiusi in una sola parola, una sola ma capace di colpire come un dardo infuocato. Una parola scavata nella miniera delle possibilità lessicali, osservata, soppesata, ripulita e incastonata tra le altre in una simbiosi ritmica perfetta, spietata, come un respiro lieve, appena trattenuto, preludio di un assalto portato dritto al cuore.

 

Spietata / la Natura. / Selvaggia. / Tutto è preda. / Ma sei così / maledettamente / bella.

 

Per chi coltiva l’arte meravigliosa della poesia, la composizione è fatica, dolore, abbattimento giacché estrarre ogni singola parola nella moltitudine delle possibilità e assemblarle in un pensiero poetico nel giusto equilibrio, nel ritmo desiderato, nella musicalità cercata significa comporre, scomporre, rimescolare, ricostruire versi e ricomporli di nuovo centinaia di volte; questo implica scelte dolorose come il mettere da parte un verso fatto splendere per un momento per poi accantonarlo in una ipotetica cesta dei ricordi fino al completo oblio. Un verso messo da parte è una rinuncia che lascia sempre un poco di amarezza sebbene nella consapevolezza imposta dal rigore della ricerca. Ma dopo la tristezza ecco emergere i barbagli della luce cercata: ogni singola parola si incastra perfettamente con le altre, quarzi, giade e ametiste intagliate da orafo valente. Il risultato è quello offerto ai lettori, sciabolate che si insinuano nel cuore e nella mente per fare spazio alla magia poetica, per scolpire un’emozione.

 

Scolpisci / il mio cuore / con scalpelli / di amaranto.

 

Nell’autunno, stagione della maturità, Claudia si offre alla sera con la leggerezza propria dell’equilibrio di quella condizione rievocando rituali atavici in sovrapposizione ai riti dell’intimo più profondo.

Sono la regina / e la sacerdotessa / di me stessa, / alimento fuochi / dei miei rituali / inconfessati.

E ancora

avvolta di stelle. / Tesso parole / nell’ora saturnina.

E alla notte tra le ombre in cerca delle passioni vissute, passate, mai dimenticate. Attimi preziosi dell’esistenza che mai cessano di esserlo, dilatati dal ricordo, tenuti in vita dentro il nostro essere bambini, fanciulli, donne e uomini avviati verso l’ultima stagione dove arriveremo con l’immenso bagaglio costruito lungo i giorni.

È come se danzasse nel giardino della notte avvolta nel suo peplo di ricordanze assieme alle sei gitane vestite di bianco di García Lorca.

 

Vago / di notte / tra ombre / inconsuete, / che forgiano / lame / nel fuoco / domato.

Nel buio delle notti lo sguardo è rivolto alla luna, compagna onnipresente, regina delle magie vissute e immaginate, o sovrapposte.

un puntale / opalescente / sospeso / nella notte.

Le stagioni passate, appunto, non si dimenticano, rimangono addosso come involucri, armature indossate a difesa delle asperità subdolamente offerte dalla vita nei tanti calici amari impossibili da rifiutare per continuare ad abitare la luce.

intesso fili di luce / nell’ordito / della mia vita.

Durante il nostro camminare ci si sofferma di frequente ai vari incroci frapposti dal vivere. In quelle pause ci voltiamo indietro alla ricerca delle orme impresse dall’incedere e in quelle tracce si cerca la direzione, un orientamento, l’indicazione sulla strada da intraprendere.

Per tutti i passi che ho fatto / con un piede alato nero e uno bianco, / perché mi sporco le mani ogni giorno / in questo impasto d’inferno e paradiso.

E si prosegue il viaggio senza rimpiangere le scelte compiute.

Per quella parte di me che sa di miele / e per quell’altra che sa di fiele.

In quelle pause, nei pressi delle diramazioni, i ricordi riemergono accompagnati da una lieve malinconia, si pensa ai tempi lontani, quando tutti gli orizzonti apparivano raggiungibili e le scelte fatte con la leggerezza dell’immaturità, quando i sogni impedivano il riconoscimento delle asperità.

Mi concedo alle lusinghe del tempo / mangio il frutto dell’impossibile / colgo la rosa con tutte le spine.

Ma è inevitabile che prima o poi qualche calice amaro lo si debba bere confidando in una stagione successiva meno aspra.

Fummo rapiti, / la tempesta ci portò con sé / nella folta foresta / dell’età acerba, / dove tutto fiorisce.

Nell’esplorazione della memoria emerge la potenza dei legami indissolubili, quegli attimi dilatati che ci restano addosso anche dopo le definitive separazioni, come Claudia sottolinea nella delicata poesia dedicata al padre Francesco.

È proprio in quel silenzio dolce / nella complicità dei gesti che / pur assenti gli occhi, / sono vivi e presenti nel comune gioire.

Nel mentre la poetessa plana lo sguardo, la cantrice diventa persona, cittadina, passante, osservatrice del presente e scorge il vagare finalmente libero delle persone afferrate da Franco Basaglia alla fine degli anni ’70, estratte dalle tenebre dei manicomi, restituite al consesso umano.

quelle creature, / attori inconsapevoli / di una normalità / chiamata follia.

Come dar torto a Claudia alla luce di un evidente regresso del vivere civile? Siamo tutti normali e folli? O, più realisticamente, la follia è completamento inevitabile della normalità. Altrimenti non si spiegherebbe la convivenza con la guerra, ormai diventata elemento della quotidianità cui ci siamo assuefatti e accettiamo indifferenti la fine tragica di bambine come Aisha.

e poco importa se il fuoco è mirato, / nella fredda logica / delle regole d’ingaggio. / La guerra è un disegno aberrante / ed è già persa, dall’inizio.

Quando non arrivano le armi a far esplodere i corpi ci pensa il sonno-delirio delle coscienze ad accanirsi bestialmente in quello che appare la guerra delle periferie, forse altrettanto pianificata, altrettanto cruenta ma senza regole d’ingaggio.

Era un corpo acerbo / quasi un efebo, trafitto / dal ramo del ventre violato, / e sottratto alla vita.

Al disfacimento delle vite attraversate dalle stagioni concorrono inattese malattie capaci di stragi, file di bare, allineate nella solitudine che senza il gesto di un ultimo saluto sono portate via attraverso vie urbane disabitate, silenziose, irreali.

Sulle spalle / il dramma / nel petto / la lama. / Nella notte scura / s’accende / la pira / del silenzio.

Silenziosi e invisibili sono anche gli “ultimi”, persone inesistenti per i più, ma non dimenticati dalla sensibilità civile di Claudia.

Masticano marciapiedi / nel bruire dei giorni / gli ultimi, senza censo, / gl’invisibili / con gli occhi rivolti al cielo.

E ultimi sono anche i lavoratori dei campi senza diritti, senza tutele, arrivati da terre lontane e senza un approdo.

Dio, se ci sei / fai cadere qualcosa dal cielo. / Ci sono uomini / con sguardi bassi / perché grande / è il disagio e

/ il peso troppo, per la dignità / di esser vivi. / Essi hanno stupore negli occhi / e tanta speranza.

Versi brevi. Decisi. Sono coltellate, lame che trafiggono. Nella poesia Silenzio è connaturata l’essenza poetica dell’autrice poiché la forza dirompente dei versi brevi non si esaurisce con la lettura ma continua, impone una pausa necessaria alla poesia di diffondersi nell’essere attraverso i nervi per diventare carne, sangue,  passione,  coinvolgimento  emotivo  riscontrabi-

le anche nella composizione dedicata alla  sua terra. La poetessa è di Roma, suo luogo dell’anima, e della romanità ne fa un rosso vessillo da sventolare con l’orgoglio di chi porta dentro di sé la Storia.

Vanto la mia genesi / nella città dei Cesari.

Così chiude la poesia dedicata alla sua città, luogo fertile dove continuò il cammino della democrazia giunta dall’Oriente.

Poi la poetessa piange le ferite della sua regione, cuore della nostra Italia.

Il mio Lazio. / Trema / ancora / la terra inquieta.

Il legame con le origini emerge prepotentemente nei versi dedicata alla terra degli avi e della fanciullezza adagiato sul monte Scalambra.

Sta adagiata, sua maestà / di velluto / vestita / cangiante la terra.

Claudia continua a trasmettere le esplorazioni colte nel suo volo nei cieli delle stagioni assieme al nibbio, tra le nuvole cangianti trasformate in visioni fantastiche, ricordi, desideri che l’estate contorna di voluttà.

L’osceno sorriso / si schianta / su labbra di fuoco, / d’estate.

Passione e ancora passione esaltata dalla stagione rovente nella cui concupiscenza ci si lascia avvolgere abbandonandosi all’abbraccio del mare interiore

Io falesia / d’alabastro, / e tu mare, / che rifrange / in me.

e del vento.

Nessuno, mi pettina più del vento / quando d’estate,

/ caldo e deciso / mi spettina, / come l’onda s’arriccia al mare.

La poetessa rivolge poi lo sguardo all’ultima estate sfregiata da un nemico tanto devastante quanto invisibile, ma pur nella tragedia non contravviene alla sua natura di donna e femmina.

In questa Estate / sbilenca / volteggio / ondeggiando

/ l’anca.

E vive nell’attesa di nuove epifanie.

Aspettando / il frutto dell’impossibile / mi racchiudo in te, / magnolia del mio ventre.

O del ritorno travolgente di una passione.

Raccoglimi come fiore di campo, / tra le tue dita tienimi / con fremito antico / come il canto dorato delle cicale.

O di un ricordo lontano.

Sento ancora il bacio / che mi desti sulla guancia. // Anche la mia pelle / lo ricorda.

Il viaggio della magia poetica attraverso le stagioni non può esimersi dal soffermarsi su quello che ha segnato la formazione politica e culturale della poetessa e della sua generazione, la Liberazione.

Ho visto croci e stelle di marmo bianco, / nel mare verde della storia. / Testimoni di pietra / nel silenzio della memoria.

Nemmeno la stagione più atroce vissuta dalla nostra umanità è tralasciata. La Shoah.

Carne nuda che cammini / nel triste vento, / sferzata nel corpo / recisa nell’anima. / Nel recinto di spine / brucia la tua primavera, / riecheggi, / tempesta di fumo.

Il tempo scorre replicando le stagioni. Tornerà una primavera

prorompente, prepotente. / Esploderà coi suoi umori

/ i suoi colori intensi. / [...] / Per tutti noi / è riservato un prato fiorito.

In quel prato fiorito, con il ritorno di Persefone, si rinnoverà la vita. I cicli dell’esistenza, ostinati, si rinnoveranno anche quando tutto sembra fermarsi.

La morte ha occhi d’abisso, / in quei giorni / accecati dall’odio / fagocitò uomini / con la schiena dritta. / La scorta, i veri angeli / possibili / che vegliarono per loro

/ sulla terra.

Le stagioni passano, si alternano, sfuggono. Ognuno vive le proprie stagioni, in tutti noi lasciano tracce incancellabili, sono i segni dell’esistenza che rimarranno dentro di noi fino alla fine. Talvolta quelle tracce sono patrimonio comune con altri passanti incontrati lungo il rosario dei nostri giorni come la giovane amica Paola Vitale. In lei Claudia vede rivelarsi la bellezza nella continuità e nelle peculiarità di ogni individuo.

Fuoco acceso. / Nelle vene / che battono ardori / quella voglia sfrenata / al tocco lieve della farfalla / al turbinio dei sensi / di ferina creatura / che affila unghie, / scuotendo il manto / di lussuosa nera bellezza.

In Mara Pietrobelli, altra passante/amica, la poetessa trova la fermezza delle idee, la difesa di un pensiero, l’affermazione della voglia di essere libera nella poesia a lei dedicata; stanze di specchi in cui la poetessa rivede sé stessa riflessa.

Non uccidere la mia idea. / La costola e il mio fianco / hanno ingranaggi molto forti / per sostenerla. / Non calpestare la mia idea. / Il ramo su cui poggia / ha frutti acerbi e la forza di sbocciare / è prorompente.

Qui la cantrice sembra concedersi una pausa, si ferma un attimo per volgere lo sguardo al lettore, come  a richiamarlo in superficie, al presente, al reale e come la ballerina di copertina, opera magnifica di un’altra

arte sapientemente interpretata, alza lo sguardo, allarga le braccia in attesa del meritato applauso prima dell’epilogo.

Come beduino del deserto / nuda, / sotto la pelle / raschiata con mani e unghie / dai grani di sabbia, / spendo il verso / prezioso cameo / cantato al mondo / baluardo di cristallo / dell’infinita luce.

Applauso che io le tributo dopo aver riletto ancora una volta le cinquantacinque perle di Stagioni.

E Stagioni è il titolo dell’ultima bellissima perla che chiude la terza puntata dell’intensa ricerca poetica di Claudia Formiconi.

Ci trovammo amici / come rovi di gelso / a primavera, / in piena estate / raccogliemmo le more / più pregne

/ e ci sporcammo le labbra.

Proprio così! Letta l’ultima poesia, i versi restano attaccati all’anima come la dolcezza di un gelso gonfio e succoso sulle labbra.

 

Enzo Montano

 

 

Scrivo versi nudi

Scrivo versi nudi

Poesie (43) Recensioni (5) Presentazioni (2)

OPAC SBN: Catalogo del Servizio Bibliotecario Nazionale

Editore: BastogiLibri, Roma 2017
Collana: La ricerca poetica

“Ho letto con molto piacere e ammirata partecipazione la Sua raccolta di versi, singolari e suasivi per rapido e incisivo ritmo. La sua poesia ha al centro uno splendido slancio d’amore, e, intorno, essenziali visioni, riflessioni, memorie rese indimenticabili in forza di immagini e metafore del tutto originali. Ella ha saputo davvero reinventare il discorso amoroso.”

Giorgio Bàrberi Squarotti

 

Prefazione

Con questa raccolta di Claudia Formiconi, il lettore si trova di fronte ad un romanzo in versi, dalla forte tentazione metanarrativa; il romanzo della vita affidato all’amore, agli amici, alla terra, al mare, ai paesaggi in una coesione poematico/ narrativa dentro il senso di un’esistenza passionale.
Anche se tanti sono i temi presenti nella silloge, la dimensione dominante rimane l’amore con le sue passioni, il suo erotismo, i suoi eccessi, i suoi abbandoni e l’Autrice non cessa un attimo di cantarne l’elegia e il mistero.
Le parole tenaci, a volte delicatamente spregiudicate, intrecciano un dialogo intenso fra il poeta e il lettore, avvezze allo scavo interiore e a palesare le follie dell’amore, tanto quanto ad esaltare la natura e ad ammirare “la Poesia e i Poeti”: per scrivere versi bisogna avere una naturale inclinazione.
“Scrivo versi nudi/infinitesimali congiunzioni/ di copule/amplessi concentrici/ rivoluzionari/ Scrivo versi spregiudicati/ senza l’aura della colpa/ roteanti/affabulazioni lessicali/ardite.(...)”
La sacralità della Poesia ben si coniuga con l’essere libera e con la voglia di libertà, con ciò che accende il cuore e la carne elargito con estrema raffinatezza: relazioni di grande impatto emotivo.
“ Camminasti sulle mie sabbie,/ (…)prosciugasti le mie oasi/ (…)profanasti la mia anima/ riscattandola dal peccato di peccare/ rendendomi libera/ nell’essenza e nella forma”.
Il lessico vario e colto, attinge spesso al patrimonio letterario classico e a fonti mistiche e mitologiche, affronta le insidie della poesia con la convinzione che l’intensità della parola crea immagini e coglie significati intimi; le metafore classiche sono ben combinate con l’oggi. Infatti la poesia di Claudia Formiconi non rinuncia ai miti classici, ma neanche al linguaggio corrente.
Si apprezza così una scrittura che è forma del desiderio, che dà voce alle intermittenze del cuore, alle sensazioni appartenute che hanno lasciato un segno e che diventa il luogo della malinconia e del sottile fil rouge della vita interiore fatta di luci e ombre.
“Nella catàbasi/ monderò la mia anima”
“Gaia ha allestito il suo potente esercito/ che per partenogenesi ha generato:/ Urano le Ninfe e Ponto. Che sia forte il tuo impegno/ dunque;/ (….). Non c’è più tempo/ né ora né domani/ Gaia ha già schierato il suo potente esercito”.
Inquietitudine e passioni coabitano e comporre versi ne allenta il dolore e spiana la strada della ricerca affannosa del significato della propria esistenza così come fecero i filosofi greci Talete, Empedocle, Parmenide che vestirono i panni del poeta o storici condottieri come Alessandro Magno che era solito portare con sé l’opera di Omero che cantava il coraggio del Pelìde Achille.
Claudia Formiconi ha un rapporto privilegiato con la Musa alla quale consegna ricordi, rancori, gioie, estasi, follia, fragilità aspetti dell’umano agire in una comunicazione intima, provocatoria, ironica.
“Non furono sufficienti/ gli sguardi rubati/ in quel settembre/(…) dove l’acqua di fiele/ sapeva il sapore/ di un amore triste”.
Dunque Eros e Poesia non sono in contraddizione: le pagine di questa raccolta sono pregne di pulsioni, emozioni, palpitazioni, attese, accolte dalla Musa che si concede per saziare la libidine del comporre.
Il verso ha una forza che incanta e il lettore è attratto da questa forza e la conserva dentro di sé, quasi gelosamente…
Nella raccolta la Poesia è un altrove che estranea, tanto diventa vera e palpitante, da emozionare così profondamente, da attrarre a sé, da vincere e da avvincere: il Poeta quando è chiamato dalla Musa è metà cielo e metà terra… è altrove…
Questa l’idea vincente: i versi di Claudia Formiconi incantano, creano ardimento, è tangibile il potere misterioso della poesia, così come nei versi dedicati a Maiakovskij, Lorca e Neruda, o in quella pensata per la Poiesis che è arte grazie anche alla sapiente e colta ricerca letteraria.
“(…)I poeti fanno paura/ con la loro veste scarlatta,/ nella notte che dischiude/ il nuovo giorno”.
“(…)Mi apro al verso/ come ninfea al mattino/mi libro in rime equivoche/ ne rubo i suoni,/ e mentre/ il mare m’avvolge di sale/la gioia sale”.
Il sogno, impastato con la realtà, è sempre presente nella silloge, i cui versi si innalzano nella luminosità della rinascita; “(…)Qualche ferita in più/ vedono ora/i miei occhi,/in una luce più nitida/mi riconosco/ nella mia completezza” (Palingenesi). E ancora “(…) Nulla più/ sarà come prima,/ nuove ere si preannunciano/ lo scarabeo preconizza nuove epifanie/ dell’anima/ e del corpo”, versi dedicati, con sottolineatura filosofica, all’interazione con la parte più profonda del proprio io che ritorna alla luce.
Con il magico potere evocativo e di suggestione delle sue parole, Claudia immerge colui che legge in una dimensione sensoriale: “(…)sbatti le porte/spalanca le mie percezioni/oltre ogni limite,(…)”.
Il guizzo delle sue idee, lo sguardo al mondo e alle cose, intelligente e profondo, è ciò che conquista; dice bene in Peccatore” (…)-amputazione certa!-/ per estirpare/ il male cosmico./ Morte ai peccatori/- evviva gl’innocenti! “
L’Autrice con le sue colte liriche attraversa l’amore, non lo teme, si sofferma su ogni particolare, non scabroso per chi ama donando tutto di sé, ne accetta il mistero. Riesce a dar voce a sentimenti grandi di fronte ai quali si rimane immobili e muti per non romperne la sacralità. Un esempio è “L’amore, quello vero/(…)E’ catartico/nel momento del piacere,(…)”.
“Adoro l’urlo della tua carne/ quando mi guardi, / saette di fuoco/ i tuoi occhi/ trafiggono/impazzite/i campi assetati/del nostro amore.(…)”
Quello di Claudia è un sentire estremo, un cogliere viscerale, un adire senza sconti, un penetrare nel mistero senza limiti, un possedere ardito, un sublimare il banale. L’erotismo è prorompente; la donna non è solo voce di illusioni perdute, ma è Donna, unione perfetta di corpo e spirito, selvaggia e dolce, tra il piacere e il sonno, tra il fuoco e l’acqua, così come canta Neruda.
Ecco la Donna di Claudia Formiconi Stella nascente!
La silloge è uno specchio che si guarda allo specchio, immersa in quella linea sottile tra l’istinto selvaggio e l’equilibrio, tra il sacro e il profano, tra il reale e l’immaginario: è così che appare in Sacrificio.
Anche i versi che cantano il mare, la terra, il paesaggio conducono il lettore in un labirinto di immagini, di sentieri, di voci, di gesti e nel cuore delle parole e lo stringono in un abbraccio voluttuoso.
“ (…) mareggiate che racchiudono l’amplesso notturno/ con la risacca che prorompe/nei segreti lidi della passione.(…)”
“La mia terra è gonfia/ ha linfa nei solchi/ è nuda/ contaminata/ come un letto disfatto.(…)”
Eros , passione, forza interiore, coraggio sempre e ovunque si traducono in un linguaggio sensibile all’influenza classica e al ragionar poetico di Ungaretti.
Una Poesia che ci rigenera, dilata il nostro tempo, lenisce la disillusione e restituisce quel tempo di aristotelica memoria alla nostra memoria che resiste ad ogni tempo e che è più tenace del “bronzo” oraziano.
La raccolta lascia traccia significativa nella sempre più larga confusione di scrittura lirica che, oggi, in modo così insistente, insidia la nostra pazienza.

Gheti Valente

Contrasti

Contrasti

Poesie (12) Recensioni (4)

OPAC SBN: Catalogo del Servizio Bibliotecario Nazionale

Edito da Bastogi Editrice Italiana , Foggia 2013

da “Contrasti” ­ Torino, 18 aprile 2013

Cara e gentile Claudia,
ammiro profondamente la Sua poesia di accesa passione dei sensi e d’avventurosi e mutevoli amori.
Splendida è la tensione del discorso, intenso è lo slancio fino al trionfo felice del piacere. I testi dedicati ai rapporti e alle conquiste della protagonista del libro con altre donne sono in particolare bellissimi per originalità e invenzione.” […]

Giorgio Bàrberi Squarotti

 

Prefazione

Contrasti, la raccolta poetica di Claudia Formiconi, potrebbe apparire dal titolo un poema sulle contraddizioni, una summa di ragioni in versi sulla disarmonia del mondo, la proposta di un discorso sulle molte stratificazioni del reale, ma non lo è. Fin dai primi versi appare evidente che non siamo alla presenza di un poeta che racconti, che faccia autobiografia, che intervenga a presentare esperienze, che faccia distinguo e tracci cammini. I contrasti del poeta sono tutti nel sentire con cui si fa protagonista del suo vivere, sono nelle sensazioni che diventano sentimenti e non idee, sono nelle immagini che tracciano metafore, sinestesie, ossimori del linguaggio e del senso.
“Dolce impetuoso pentagramma/ sinfonia di marzo incipiente/ (…) Ti cullerò negli armonici spartiti dei miei seni/ con le note comporrò le parole non dette.”
Poesie di erotismo e passione, il corpo come tramite di conoscenza e appartenenza e dall’altro lato poesie della solitudine, della perdita, dell’alienazione. Più la passione è feroce, ossessiva, più l’anima misura la sua sete, si perde.
“La lingua del corpo è veritiera/la menzogna non sopravvive/ nel linguaggio della carne./ (…) Lo spasmo ferino morde le carni/ mi disseto dal calice del dolce inganno.”
Contrasti gioca su una carnalità che vive nel mondo, su una sensualità che si aggrappa all’altro e lo descrive come oggetto del desiderio e come presenza forte, sulla solarità dei sensi e l’oscurità del dolore.
“Ho paura di annegare/nel fiume delle mie lacrime/ pletora inarrestabile della mia solitudine.”
Il corpo e le dune “Le dune, mie sorelle carnali le amo/ mi stendo perfettamente nel loro caldo letto/ morfologica mente uguale a me.”
Il corpo e il mare, il corpo e il vento, il corpo e l’uomo, il corpo e le donne: il poeta donna canta le donne con intensità e struggimento, è con loro, compagne di piaceri segreti, che gioca al gioco terribile dell’appartenenza “corpo anima/ esplode galattico l’amplesso/ (…)// Conchiglia perfetta/ indecifrata/ sostanza complessa nel tuo scrigno/ della mia speculare forma trattenuta” e insieme cerca l’unicità dei gesti, dei momenti, delle parole.
Il corpo del poeta, soggetto del suo canto, è soprattutto sesso, pelle, occhi, “Fonderò i miei occhi nei tuoi occhi/ per creare un unico specchio di luce” non voce, non logos che ponga in ordine il mondo. Perché in questo caos quasi panteistico, “…Il languido sonno è terminato/ è il tempo del caos dei sensi/ i petali protesi/ si aprono al nuovo giorno…” in questi orgasmi primordiali, in questi abbracci invocati e vissuti in un’estasi irragionevole, le sinuose fantasie del velo della mia pelle, il corpo ha fantasie, l’involucro della pelle le ha, l’erotismo diventa alchimico, trasforma, genera l’essere nella sua interezza, convoca nella materia che brucia l’essenza sottile e vibrante dell’anima che ha fatto di quel corpo un tempio.
“Seni, fianchi, crocevia della vita/ dolce fluttuare di sangue/ s’addensa il respiro nel grembo/ che genera l’essere”
Culto della bellezza, la propria e quella della natura con cui si confonde e si identifica. Il mare culla il poeta dall’infanzia, lo nutre, lo modella, lo veste, tra dune e epifanie colorate, onde, isole perdute, frammenti del possibile che diventano sogno dell’impossibile, desideri di perfezione, di assoluto, viaggi, metafore.
Il poeta viaggia al limite, laddove si agitano passioni e tempeste, dove il contrasto delle esperienze diventa contrasto del verso, lo stridore che volutamente spezza l’armonia, il ricordo che si carica di dolore, la malinconia che perversa si insinua nel quadro perfetto di un incontro.
“…il presente riflette l’attimo/ nel deliquio che strappa l’anima/ …l’horror vacui sopraffà/ l’intimo senso ancestrale/ i suoni dell’anima usurpati/ violati…”
L’horror vacui in una poesia di così intenso sentire, non può che rappresentare la paura dei sensi addormentati, il rischio del disincontro, l’indifferenza che inattesa può aspettarci dietro l’angolo e impietrire la vita, inaridire i sentimenti, cancellare le passioni. Il poeta ingaggia questa lotta col suo stesso vissuto, lo mantiene vivo ardente, lo culla con il suo verso denso, pregnante eppure trasparente come un cristallo, fragile e sonoro come una conchiglia, mobile nel ritmo e nella durata allo stesso modo del mare che ne ha definito l’infanzia e ritorna a significare le mutevoli sostanze del presente.
“Dov’è l’ancora salvifica in un mare in tempesta?/ per attraccare nei fondali dell’inconscio/ per non essere erosi dall’ora che ci consuma.”
In questo libro, su 38 poesie, 26 parlano di passione, ma la passione del poeta ha a che vedere con la vita nella sua interezza, non è solo verso un uomo, una donna o un luogo, ciò che gli accende i sensi e il canto è l’altrove che si nasconde nelle cose, nei volti, nei momenti, è la ricerca di quell’epifania che svela il mistero e diventa libro magico, cifra dell’esistenza.
“la mia epifania colorata/ di veste marina// magico libro/ della mia esistenza.”
(…)
“Per questo il mio essere/ riluttante al clamore/ affonda lo sguardo./ …Inarrestabile la pletora dei miei silenzi.”
Il poeta ci consegna il punto d’arrivo dove la parola ha bruciato la sua fiamma e si è fatta nel cuore e nella mente inarrestabile silenzio.
Da questo silenzio sgorga l’inchiostro di sangue, quella poesia fatta di sudore, lacrime, palpiti, ricerche e piacere che sola lascerà l’impronta nuda, essenziale dei passi del poeta, la sua traccia forte nel mondo.
“Inciderò la mia impronta nuda/ l’inchiostro di sangue/ suggellerà il mio vissuto.”
Il poeta conosce il suo destino, la coscienza si è costruita attraverso i sensi, il suo corpo cammina con passo ardito, il suo sguardo si è liberato da ogni indecisione, resta la domanda di chi ornerà il suo capo, non già di serti di alloro, come si sogliono ornare i poeti nel loro trionfo, perché il poeta è qui femmina e donna, per questo vuole, a inanellarle i capelli, bacche rosse e rovi di more, sostanze succose, dolci e vestite di spine, uniche presenze possibili, sanguinanti e umide ferite che convocano trionfi d’amore.
“Bacche rosse cingeranno il mio corpo/ passo falcato, sguardo deciso/ chi inanellerà i miei capelli con rovi di more?”
Il corpo del poeta, l’anima, il suo verso hanno costruito un mito, il momento della creazione, l’inizio e il rinnovarsi di tutte le storie e di tutti gli sguardi, e qui si insinua l’ombra di Sheherazade, vibrate delizie, il fiore delle mille e una notte, che si allunga nel fuoco dei bivacchi per ogni donna poeta che aspiri con la sua femminilità e il suo canto a sconfiggere l’insanità del mondo.
“Scimitarre lucenti/ vibrate delizie/ scolpite col fuoco/ il fiore/ delle mille e una notte.”

Grazia Fresu

 

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© Claudia Formiconi
web byFilippo Brunelli claudia formiconi articoli articolo https://www.claudiaformiconi.it/opere.aspx